Altafini compie 86 anni: "Vivo con la pensione sociale. Napoli è stata la città della gioia"
L'ex attaccante brasiliano del Napoli si è raccontato: "Da bambino tiravo calci scalzo a una palla di stracci tra le strade polverose di Piracicaba".

Josè Altafini nella giornata di ieri ha compiuto 86 anni. L'ex attaccante del Napoli è stato uno dei bomber più prolifici della storia della Serie A. In un'intervista ad Il Tirreno ha lasciato alcune dichiarazioni. Lui, il gaudente della pelota che toglieva il piede dal tackle e lo rimetteva sottoporta quando c’era bisogno dei suoi gol, non ama festeggiare le ricorrenze: "Sono allergico a compleanni, matrimoni e ovviamente funerali. Ho fatto uno strappo per i miei 80 anni, ma adesso che l’anagrafe me ne assegna cinque in più non farò nulla. A casa in assoluto relax con le persone care e una partita in tv. Per il coccodrillo c’è tempo".
Altafini vive in un appartamento ad Alessandria: "Una città a misura d’uomo, meno cara rispetto a Torino e grazie a un amico do una mano in un outlet e soprattutto mi occupo di campi in erba sintetica. E pensare che da bambino tiravo calci scalzo a una palla di stracci tra le strade polverose di Piracicaba nel quartiere degli italiani nello stato di San Paolo".
La domanda sorge spontanea: ma la pensione? "Non ho mai pensato al dopo, non ho mai badato ai soldi, mi sono divertito senza fare calcoli. Ho versato solo tre anni di contributi e mi hanno chiesto 70milioni di vecchie lire per il riscatto. Sono tornato un po’ alle origini: ho la pensione sociale (700 euro), ma stavolta le scarpe non mi mancano".
Altafini ha raccontato le sue umili origini. "Studiare non mi piaceva e mi sono adattato a fare il garzone da barbiere, scaricare camion di saggina, lucidare i mobili. Volevo sfondare nel pallone perché non mi andava di mangiare tutti i giorni “feijaos e arroz” (riso e fagioli). Se sono riuscito a coronare il mio sogno devo ringraziare il mio primo talent scout, Idilio Giannetti titolare di una compagnia di autobus. Nel 1955 mi prese il Club Atletico Piracicabano, la squadra della mia città che militava in serie B. Eravamo tutti dilettanti, ma lui mi propose un provino con il Palmeiras. Come primo ingaggio ebbi due vestiti e due camicie bianche e alla mia vecchia squadra andarono 75mila lire. Nel giro di un anno debuttai in A e mi si spalancarono le porte della nazionale verdeoro".
Milan, Napoli e Juventus. "Il Milan è stato il primo amore. Sette stagioni condite da tanti trionfi personali, come il titolo di capocannoniere della Coppa dei Campioni 1962-63 con 14 gol o il poker rifilato nel derby all’Inter il 27 marzo 1960, e la grande amarezza per il distacco causato da dissapori con il potente dg Gipo Viani. Napoli è stata la città della gioia e del divertimento. Arrivai a 26 anni assieme a campioni del calibro di Omar Sivori, il più grande con cui ho giocato in Italia, Zoff e Juliano. 180 partite e 71 gol non bastano per comprendere il mio approccio con la gente. Ogni domenica c’erano 85mila persone ad applaudirci allo stadio e diecimila ci seguivano in trasferta, c’era una pazzesca allegria contagiosa. Ben presto divenni il Re di Napoli: unico rammarico non aver vinto il titolo. La Juventus rappresenta per me la maturità, la consapevolezza, il sogno infranto contro l’Ajax di Cruijff di vincere la mia seconda coppa dei Campioni. 74 partite e 25 reti di panchinaro e un gol fondamentale per lo scudetto realizzato proprio al Napoli. Da quel momento per i partenopei sono diventato “core ingrato” e per questo, anche se i miei figli tifano per gli azzurri, non sono andato ai festeggiamenti per il terzo scudetto".
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